La pedina di Vetro

Biografia di Giulia figlia dell’imperatore Augusto

Articolo & Recensioni

ANTONELLA TAVASSI LA GRECA, La pedina di vetro

Gabriele Di Giammarino

Il romanzo ha assorbito in sé non pochi generi della tradizione letteraria e, in particolare, dal Settecento fino ai giorni nostri si è caratterizzato sempre più come la principale forma delle moderne letterature. E appunto nel Settecento tra le varie tipologie narrative si afferma in Francia e in Italia nella categoria del romanzo storico, ma da noi nel secolo successivo questo assume tratti, per così dire, pedagogici e parenetici che piegano le vicende del passato a prefigurazioni del presente con intenti patriottici e non di rado con forzature artistiche. Tuttavia, dopo un lungo periodo di appannamento, risorse negli anni successivi al secondo dopoguerra con il Metello di Pratolini e La storia della Morante e, per quanto riguarda i fatti dell'antichità classica, con / tre schiavi di Giulio Cesare di Riccardo Bacchelli del 1957. In anni più vicini hanno conseguito un buon successo i romanzi ispirati alle vicende del mondo classico di Valerio Massimo Manfredi, del quale ricordiamo Le idi di marzo, Palladion, Alexandros; non mimore importanza ha il Super-Eliogabalo (1969) di Alberto Arbasino che rimanda all'Héliogabale ou l'anarchiste couronné di Antonin Artaud (1943). Antonella Tavassi La Greca, a sua volta, si colloca con originalità in questo filone, in quanto non si è limitata alla pura narrazione degli eventi storici, ma ha voluto esplorare la complessa e contraddittoria psicologia di Giulia, traendo spunto dal fascino che in lei è riuscito a provocare la visione di un busto marmoreo della bellissima donna, sul conto della quale le poche e spesso non esaurienti notizie tramandate ci fanno intuire una personalità eccezionale, avvolta tuttavia in un velo di mistero.

Queste le notizie essenziali: Giulia, figlia di Augusto e di Scribonia, nata nel 39 a. C, sposò quattordicenne Marco Claudio Marcello e, rimasta ben presto vedova, nel 21 le fu stabilito come consorte Vipsanio Agrippa, da cui ebbe cinque figli, e dieci anni dopo, in seguito alla morte del suo secondo marito, dovette contrarre un altro matrimonio dettato da ragioni politiche con Tiberio, figliastro dell'imperatore e successore al trono. Gli impegni militari costringono Tiberio a prolungate assenze da Roma e nel frattempo Giulia divorzia da lui, non rinunciando alla sua vita libera e contrassegnata da interessi culturali intrattenuti con la brillante aristocrazia romana. Per la sua audace spregiudicatezza fu relegata da Augusto nel 2 a. C. nell'isola di Pandataria (l'odierna Ventatene) e sei anni dopo a Reggio, dove morì nel 14 d. C.

L'intreccio di queste vicende viene seguito con gli occhi della donna che sa ribellarsi, tuttavia entro i vincolanti spazi che gli usi del tempo e la sua condizione sociale le permettono, alle violenze subite, alcune delle quali sotto il ricatto degli affetti, ma paga il tutto duramente con un lungo esilio. La sua stagione felice sembra chiudersi con la prematura morte del diletto Marcello, che desta in lei il sospetto dell'avvelenamento del giovane dietro ordine di Livia, all'insaputa di Augusto, sposato dopo il divorzio dell'imperatore da Scribonia, madre di Giulia. La nuova consorte caldeggia silenziosamente e perfidamente la successione del figlio Tiberio al trono imperiale, e spera di fargli sposare Giulia, dopo la morte di Agrippa. Giulia giudica Tiberio intelligente e ne apprezza la bellezza, diffidando del "fondo oscuro" e del "ghiaccio del suo temperamento" (p. 55), perciò non lo ama e non ne è riamata.

Anche il precedente matrimonio con Agrippa è stato proposto da Augusto (o meglio imposto, nonostante la dimostrazione da parte del padre di un certo affetto, meno forte comunque della ragion di Stato); il dialogo sull'argomento tra padre e figlia può considerarsi un capolavoro di tecnica psicologica (pp. 60-63). Augusto assume sempre più nei confronti dei familiari - ed anche dei cittadini - un atteggiamento che non può dirsi tirannico, ma è senz'altro autoritario; di qui la nascita di una congiura da parte di Fannio Cepione e Terenzio Vairone Murena, sventata con rapidità (p. 60).

Il matrimonio di Giulia con Agrippa ha i suoi momenti felici con la nascita dei figli e con il suo indimenticabile viaggio in Oriente. L'uomo - scopre la consorte - ha il carattere esemplare del condottiero romano valoroso, onesto, amato dai soldati che lo considerano l'incarnazione di Marte, rispettoso dei costumi degli altri popoli, dei loro averi, delle loro religioni. Grande è lo stupore di Giulia quando apprende da Agrippa la storia del Tempio di Gerusalemme e la profezia di un grande futuro per quella fede religiosa che rifiutava qualsivoglia raffigurazione della divinità. Ella non può entrare nel Tempio perché ne è vietato l'ingresso alle donne. Tornata a Roma, Giulia frequenta ambienti intellettuali e si ritaglia spazi di libertà che non potevano piacere ad Augusto, alle cui orecchie giungevano amplificati dalla lingua ostile di Livia; il compito dell'imperatore era allora quello di apparire restauratore dei templi distrutti dalle guerre civili, di tutelare la famiglia e il matrimonio. Ma Giulia navigava in acque distanti dal moralismo imperiale; su di lei producevano un grande effetto i soavi versi erotici di Ovidio che le recitava un giovane rampollo di una famosa casata romana, Sempronio Gracco, con il quale intreccia un intenso rapporto d'amore. Per questo motivo il giovane venne bandito da Augusto nell'I d. C. e fatto uccidere tredici anni dopo per ordine del terzo marito di Giulia, Tiberio, come narra Tacito negli Annali.

Per Giulia l'esilio a Pandataria è particolarmente doloroso, punteggiato da nostalgia, tristezza, amari presagi, come quando vede avvicinarsi una nave all'isola: apprende infatti da una nobildonna sua cara amica la morte del figlio Lucio, descritta in una pagina degna di un eccezionale brano antologico. C'è il vuoto nell'isola e la sola compagnia è l'odioso vento. Che fare? - si chiede la donna -marcire in una devastante inerzia? Invidia allora la sorte guerriera di Cesare descritta nel De bello gallico; vorrebbe almeno essere una poetessa per infrangere il dolore della sua solitudine con la musicale consolazione del verso (p. 161). Non vale neppure ad alleviare la sua pena il successivo esilio a Reggio (p. 162) dove perlomeno perde il senso di essere assediata dal mare. Colà le giunse la notizia della morte dell'altro figlio, Caio, che, inviato nella lontana Armenia, non solo non poté conseguire la sognata gloria di Alessandro, ma rimase altresì privo della necessaria sicurezza personale. La sua fine, a dire il vero, è anch'essa una vicenda oscura (p. 163), in quanto egli si spegne a causa di una lieve ferita riportata durante un assedio. Questi suoi figli - pensa Giulia -sono morti entrambi dopo "misteriose convulsioni" (p. 163), come raccontano testimoni diretti (p. 165), Giulia sospetta che essi siano stati avvelenati per occulto volere di Livia, quindi sente crescere in sé l'idea della vendetta, l'unica ragione che la tiene ancora in vita (p. 167). Lo squallore della natura accentua la tristezza del suo cuore e questo rapporto tra paesaggio e stato d'animo anima i più ed esemplari intensi toni poetici del libro.

Un antico poeta greco, Mimnermo di Colofone, vissuto nella seconda metà del VII secolo a. C, cantava che il sopraggiungere della vecchiezza rende l'uomo tristo e laido. Forse questa è un'esagerazione, nondimeno il passare del tempo acuisce la crudeltà di Augusto (p. 186), ma Giulia non sa dimenticare la tenerezza che le dimostrava il padre quando era bambina. Anche in lei, però, il trascorrere del tempo lascia i suoi segni, non già di crudeltà, bensì di un'avvolgente malinconia che le toglie ogni residua speranza (p. 196).

Alla morte di Augusto, che ella nel suo lungo esilio non ha ricordato mai con odio, la cerimonia funebre è aperta da Tiberio, come a sottolinearne la successione. Il progetto di Livia ha così il suo esito trionfale, mentre a Giulia non resta nulla se non questa ironica considerazione: il padre Augusto un mese prima della morte è stato divinizzato; ma a lei che giova l'essere figlia di un dio?

La situazione non migliora, anzi Tiberio fa sorvegliare la sua ex-moglie dai pretoriani, il che è molto umiliante. Per giunta la donna riceve la notizia dell'uccisione del suo ultimo figlio maschio, Agrippa Postumo, durante una colluttazione con le guardie che lo sorvegliavano nel suo esilio a Planasia. Il liberto Filippo le rivela che la morte del figlio è stata architettata da Tiberio. Il romanzo si chiude con l'immagine di Giulia, così duramente provata, che coglie nello specchio i segni della sua decadenza fisica, lei che era così bella tra le giovinette romane così cantate neh' Ars amandi del diletto Ovidio che per causa sua subisce l'esilio nella lontana Tomi:

"quot caelum stellas, tot habet tua Roma puellas"

In un sogno premonitore ella vede confusamente, raccolte in un'unica figura, due persone che ha sinceramente amato: il primo marito Marcello e l'innamorato Iullo, figlio del triunviro Antonio; infine la visione di un gabbiano in volo accende in lei la speranza di tornare finalmente libera, dopo tanti decenni in cui le è stata negata la libertà.
Si avvicina, invece, la conclusione amara della sua vita che l'Autrice del romanzo pietosamente confina in una nota conclusiva citando il passo di Tacito relativo ai primi atti del principato di Tiberio (Annales, I, 53):

Imperium adeptus, extorrem, infamem et post interfectum Postumum Agrippam omnis spei egenam inopia ac tabe lomga premit, obscuram fore necem longinquitate exilii ratus".

(Salito al potere, Egli la lasciò morire di stenti in una lunga consunzione, esule, disonorata, e dopo l'esecuzione di Agrippa Postumo, priva del tutto di speranze).